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Figure e Orizzonti. Rintracciare l’origine di una libertà

24 giugno 2008 - IReR in collaborazione con Università Bocconi, Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli studi di Milano, ISPI

 

Brochure programma

 

Sintesi degli interventi


ALBERTO MARTINELLI, Professore ordinario di Scienza politica, Università degli Studi di Milano

Apertura del Seminario
L’integrazione europea vive oggi una fase di stallo. La riflessione sull’Europa si dovrebbe
dunque soffermare non tanto sui risultati dell’integrazione economica, ricchi di successo, bensì
su quali possano essere le condizioni per completare il processo di costituzione politica del
nostro continente. Condizione prima sembra essere anzitutto, l’esistenza di una società europea che valorizzi la sua tradizione e riesca a dare un’efficace risposta alle sfide della
globalizzazione, consolidando gli antichi valori in un progetto moderno. Karl Jaspers ha
anticipato il tema dell’individuazione dei tratti dell’identità culturale europea identificando
libertà (desiderio dell’uomo di superare i propri limiti), storia (la libertà che si svolge sul piano
della comunità politica) e scienza.

 


LUDGER KÜHNHARDT, Professore ordinario di Scienza politica e direttore di ZEI, Bonn

L’esito del voto irlandese in occasione della ratifica del Trattato di Lisbona costituisce l’ultima
delle crisi dell’integrazione che l’Europa ha affrontato in tempi recenti.
Il problema centrale non riguarda tanto il ruolo internazionale dell’Europa in quanto tale, quanto le condizioni interne al continente – come il dibattito sull’identità europea.
Quando i politici europei parlano di comunità di valori, essi si stanno riferendo alla cultura
politica dell’Europa, mentre quando gli intellettuali parlano di identità, essi fanno riferimento
alla cultura, le arti, lo stile di vita e i valori morali. La principale sfida è colmare il divario tra
queste due sfere della vita intellettuale europea. L’Europa ha bisogno di ridefinire le risorse per
il suo orientamento al futuro, le risorse per la sua rinascita. Le rinascite non sono mai state
organizzate da organi pubblici o processi giuridici.
I tratti profetici per il rinnovamento dell’Europa deriveranno dall’applicazione dei migliori
valori e tradizioni europee. Questi includono un migliore e meno controverso ritorno del ruolo
pubblico della religione, una risorsa morali fondamentale per ogni società. L’Europa sta
opponendo resistenza a questa idea in nome di un laicismo libertario e invece deve rievocare la religione in ogni futuro progetto costituzionale, facendo riferimento ad un concetto inclusivo di religiosità pubblica. Inoltre l’Unione europea necessita di un nuovo contratto sociale tra i suoi
cittadini e le sue istituzioni, ed il collante in grado di tenere unita l’Europa è il comune
denominatore di un senso civico europeo, di una sorta di patriottismo europeo. Non c’è una
risposta univoca né il testo di una sola Carta o un’unica forza sociale che può segnare l’avvio e
guidare ciò di cui abbiamo bisogno. C’è però un obiettivo comune: sostenere l’unità nella
diversità, idea che necessita di un profondo cambiamento e rinnovamento per il bene dei nostri
figli.

relazione (italiano)  - paper (english)


GIACOMO MARRAMAO, Professore ordinario di Filosofia Teoretica, Università degli Studi Roma Tre

L’Europa non sembra più essere di moda. Per riprendere il cammino di costruzione europea è
importante riflettere non tanto sul demos ma una società comune, uno spazio comune nella
condivisione di alcuni valori e criteri di riferimento. Alcune componenti di questo spazio
comune sono individuabili nel diritto razionale e nel tempo.
Dall’età romana in avanti, ogni ordinamento europeo è stato caratterizzato dal diritto razionale.
Ciò, però, non ha comunque impedito che l’Europa fosse una terra di guerre sin dall’inizio
dell’età moderna con le guerre di religione (“ordinamenti che nascono dall’inferno” – Voltaire,
Traité sur la tolérance) culminata con le due grandi guerre del Novecento. L’Europa, è un
ordinamento in fase di creazione, un marchingegno politico e istituzionale che non ha raffronti
(Amato). Per garantire successo alla istituzionalizzazione dell’Europa, è necessario rifiutare sia
il modello hobbesiano del Super-stato, sia il modello di Habermas secondo il quale la
costruzione dell’Europa avverrà nelle forme in cui è avvenuta la nascita degli Stati-nazione che
compongono l’Europa.
È necessario, piuttosto, che lo strumento giuridico rifletta il carattere ibrido dell’Europa, il cui
destino è l’unità, proprio perché nessuno dei Paesi membri è in grado da solo di affrontare con
successo le sfide globali. Il presupposto è il riconoscimento della ricchezza culturale di
un’Europa che, quando chiamata ad esprimere un suo catalogo di diritti, si rifà ai “popoli”
europei, declinando tale concetto al plurale.
La costruzione dell’Europa è oggi sfidata dalla nostra epoca, l’epoca delle “passioni tristi”
(Spinoza) in cui il futuro non c’è, in cui il presente è eternalizzato ma al contempo schiacciato,
effimero, situazione già descritta da Reinhart Koselleck nel suo Futuro passato.
L’economia e la politica non si sono dimostrate finora in grado di creare quel cortocircuito che
può dar vita alla politica, un declino dell’Europa già registrato da Chakrabarty nel suo
Provincializing Europe: Postcolonial Thought and Historical Difference.
Ad oggi, i modelli d’integrazione della cittadinanza che sono stati applicati in Europa sono due:
- Il modello Republique (Saint-Juste) in cui è esclusivamente il citoyen e la sua uguaglianza
rispetto agli altri ad essere rilevante per la politica;
- Il modello “Multiculturalista forte” per cui la sfera pubblica deve rappresentare tutti i
gruppi portatori di diversità.
Pare invece che un nuovo modello, utile alla costruzione europea, possa essere rintracciato
nella civitas (racchiude in sé il concetto di gentes e nationes) in un rigoroso rispetto delle
regole (una cornice, quella delle regole, che può essere rivista ma che deve essere rispettata in modo rigoroso una volta determinata). A questo proposito, sarebbe necessario ripensare alla storia delle città europee, storicamente dimostratesi fecondo laboratorio della sfera pubblica.

relazione

 


GERARD MORTIER, Direttore Opéra National de Paris, Direttore designato New York City Opera

La storia comune dell’Europa è costituita in primis dalla sua storia culturale comune. Europa
significa anzitutto un’identità, e solo dopo un luogo geografico. Per questo sono assai miopi le
politiche di bilancio della Commissione europea, che nelle sessioni di lavoro riguardanti la
cultura ne esalta l’importanza salvo poi assegnare un budget assai superiore all’agricoltura.
Eppure se si pensa alla storia dell’arte visiva, del teatro, della musica, si vede come l’Europa ne sia stata la culla quasi esclusiva. Inoltre, a ben vedere le linee di sviluppo artistico sono sempre state organicamente europee, e mai propriamente nazionali. Proprio per questo è auspicabile che a livello educativo e scolastico i libri di storia delle arti utilizzati in ciascuno stato membro siano confezionati in prospettiva europea, facendo cogliere la progressione parallela e integrata della cultura.
Un altro tratto decisivo – e solo europeo – è la secolarizzazione: l’Europa ha superato prima
degli altri continenti l’identificazione del sovrano con la divinità (si pensi – come conseguenza
giuridica – la separazione tra reato e peccato). Questa specificità va protetta e rivendicata in
questo periodo di fanatismo e fondamentalismo che sembra minacciare la convivenza sul suolo
europeo.
Storicamente l’Europa ha visto l’avvicendamento di una serie di imperi che hanno cercato di
condurla a unità sotto il cappello della stessa dinastia o della stessa confessione (come per
esempio in occasione della battaglia di Poitiers) e che sono stati poi caratterizzati dalla disputa
in merito a quale diritto dovesse essere applicato. In Europa, ogni tentativo imperialista è
paradossalmente sfociato in nazionalismo, il quale non è comunque riuscito a sconfiggere i tratti comuni della cultura europea.
Il teatro europeo ha prodotto, non a caso, due grandi miti: Faust e Don Giovanni. Il primo è la
figura simbolo del protestantesimo: lo sforzo spirituale, la tenacia nello studio, la sfida gnostica al divino. La seconda è la figura simbolo del cattolicesimo: l’attaccamento alla concretezza della vita e ai valori del corpo, il senso del peccato, la questione del rapporto col padre.
Dal punto di vista filosofico-politico, rimangono fondamentali le tesi di Peter Sloterdijk in Falls
Europa erwacht
(1994): l’Europa non è più al centro del mondo, da quando dopo la seconda
guerra mondiale è diventato campo di battaglia egemonica tra Washington e Mosca.
Ora, però, dopo la fine della guerra fredda è possibile un nuovo protagonismo europeo a partire dal testo giuridico più significativo della storia politica europea: la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789.
Per quanto riguarda il rapporto tra Unione Europea e cittadino europeo vanno evidenziate due
criticità. Anzitutto l’incontrollato effetto dei media sul popolo europeo, che espone l’opinione
pubblica al pericolo della banalità e della superficialità. Soluzione possibile è l’incremento di
altre fonti di informazione (internet, associazioni), che permettano un lavoro di presa di
coscienza. In secondo luogo è tempo di una riflessione sulla categoria di democrazia diretta. È
davvero utile e “democratico” far votare le popolazioni in maniera referendaria su testi
costituzionali complicatissimi già per gli addetti ai lavori. Soluzione possibile è la
valorizzazione della democrazia rappresentativa (e dunque del rapporto tra elettore ed eletto) da un lato, e il ricorso al mezzo referendario in dimensione paneuropea non su testi giuridici bensì su dichiarazioni ideali semplici e fondamentali.

relazione

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